Ed ero lì,
mendica di un amore
che alfine, sì, comprendo
non varrà il pianto né il fiato dell’addio
come se luna mai
ne avesse scolpito il segno
o se il fianco di donna
che languida a lui porgevo
s’accavallasse al colmo di prove e di misure
In-capace di congiunzioni in blu
o differenti toni
per misteriosa cifra di cuore
me ne stavo lì, socchiusa nell’incrocio
d’ogni probabile senso di sole
immobile in quel viaggio
privo di ferite di scambio
lì, pregna di vetri e di letame
e polvere di libri
e sogni risvegliati
senza beneficio d’errore.
Senza beneficio d’errore
Ombra di rosaspina
E’ l’ora di nessuno
chiudete anche il mio nome
al buio di una stanza
nel silenzio asettico di carta da parati
o dentro al doppio vetro dell’ottavo piano
e anche il mio pensiero
nel barattolo di latta
con la scritta curva
sbiadita di perchè
e tutti i sogni miei
al mare che respiro
confusi tra le onde
a fare luce al fondo
e poi le parole -vi prego-
disperdete ai venti senza sonno
tra poche garbate stelle
di luce ormai riflessa
Il mio Caravaggio
sanno per certo
che un giorno qualunque
a maggio inoltrato
perderò i sensi
…tra le tue dita di succo asprigno
Chè sei un dipinto di Caravaggio,
scuro e pastoso di luce riflessa,
di fronte al quale
mi sarà lecito sol domandare
quale che sia
la giusta distanza da cui guardare.
Raro più dell’acqua
Se afferro in controluce l’inclinazione lieve
con cui mantengo informe quel tanto, inusitato,
nascondere il riposo
verissima mi torna l’immagine di te
che coi ginocchi a terra seduto te ne stavi
più nudo di pareti dentro a sogni bigi
Mi viene da pensarti fardello brullo ai ciocchi
covato di bellezza tra il mio costato e il mare,
e un poco di amarezza mi sale a starti via
così ci metto voce tra i giunchi di parole
e al freddo delle stanze l’alacre tessitura
che scende alla radura quando s’infiamma al sole
e tu t’accendi in volo sui salmi più capaci
pittato di sconcezza e raro più dell’acqua
che nella gola accolgono gli uccelli dentro i nidi
Naima
Avevo un’anima una volta, me lo ricordo bene
nella sua consistenza d’alba boreale
e il nitore sgargiante di un gabbiano in volo
ma, quando cominciarono a guardarla di sottecchi,
la serrai in soffitta assieme all’incoscienza
nello scatolone che già custodiva
quello sputasentenze dell’angelo custode
le bambole di pezza e il verme tentatore
Nel tempo dei miei giorni l’ho quasi riempito
quel vecchio scatolone di petali di cose
col nichilismo allegro e un Super-Io ingombrante
sovrastimati amori e scarti di coscienza
risentimenti e attese di stampo esistenziale
Cercavo un nuovo cavo al modem regalato
e ho aperto quella nicchia di cibo per i ratti
che nel fare scempio delle mie ricchezze
han mescolato tutto senza distinzioni
A volte, per diletto, ne prendo una manciata
di quell’io disfatto solo per difetto
e lancio quel che resta sopra la mia testa
per colorar di nuovo il tempo senza festa
Avorio notturno
Quando, distante e conosciuto nulla d’aria,
non sarai stato gemma dell’azzurro cielo
ti vedrò sull’orizzonte degli indistinti semi
senza il passo accelerato dello sguardo
così come annegato petalo di fiume
che non distingue i giorni nè le disinvolte piogge
Allora io saprò che non sarà accaduto invano
e mia sarà quella sottile differenza
tra tenere la mano in una mano e incatenato il vento
Saprò che i baci non furono contratti nè promesse i doni
chè l’amore che planava addosso
altro non fu che il terreno di domani
troppo incerto per costruire piani
Capirò che i languidi risvegli e i muschi dissipati sulle parole prime
non furono la fiaba e l’alba di noi due
ma lame gelide di pioggia che non attesero
che fosse pieno il giorno
per conficcarsi tra i pori troppo aperti e buoni
Borderline
Fumo un’altra sigaretta
e tu parli di qualcosa
non ti vedo non ti ascolto
non ho voglia di parole
sciorinate alla rinfusa
per l’affabile consesso
Non ho voglia non ho tempo
non c’è slancio nessun guizzo
non ho un seme da annaffiare
sono arida di te
Non dipingere tramonti
non aspetto che sia ora
non mi servi non mi basti
non ho voglia di rifare
trovo stupido stupire
Voglio il fuoco dentro agli occhi
il veleno nelle vene
un frastuono sopra il cuore
mille ali sul mio stomaco
il pensiero a farmi male
voglio spine di dolore
buia morte nel distacco
e ginocchia che non stanno
voglio il fremito nel mentre
urla tacite al contatto
solo un corpo per godere
e una bocca da sciupare
gola arsa di piacere
voglio questo e non lo sai
Quell’angolo di cielo
È quell’angolo del cielo
che mi tengo stretto a mente
con le mani chiuse in pugno
per non farci entrare il vero
che scolora le distese
di una rosea fioritura
come fosse un sole estivo
su un binario senza treno
quando manca anche il riparo
di una vecchia pensilina
o il cantare puntiglioso
di manciate di cicale
quando solo a notte fonda
si raccontano alla luna
L’odore della pioggia
Come se fosse un gioco a volte dipingevo



